Nicola Grauso

Nicola Grauso alla premiazione del Gran Prix Pubblicità 2007

Nicola Grauso, noto anche come Nichi e Niki (Cagliari, 23 aprile 1949), è un imprenditore e editore italiano.


Figlio di Mario, un commerciante di origine napoletana, si è laureato in giurisprudenza presso l'Università di Cagliari nel 1975.

La nascita di Radiolina

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Nel 1975 Nicola Grauso da vita a Radiolina Fm 98 Mhz, la prima radio privata in Sardegna e tra le prime in tutta Italia, certamente la più antica tra quelle sopravvissute[1]. L’avventura ha inizio in un appartamento di viale Marconi a Quartu Sant' Elena il 19 Giugno 1975 grazie a un trasmettitore militare recuperato in un mercato di apparecchiature e residuati bellici a Livorno[2][3], due piatti e un piccolo mixer. Presto la stazione radio si trasferisce in vico Duomo 1, nel Castello di Cagliari, per poter avere una postazione di emissione più elevata e raggiungere un maggior numero di utenti. Le trasmissioni di un certo spessore vanno in onda dalle 7 alle 24 e riscuotono ampi consensi, perché nell’isola la novità di una radio libera organizzata è forte. Nel palinsesto vi sono le tradizionali dediche, l’informazione e la musica trascinata da Super Arsenico, un medico che al termine del lavoro di corsia passa alla consolle della radio, trasmettendo i messaggi degli ascoltatori e tutto quello che è alternativo: dalla musica rock, al folk e al jazz. Inizialmente Grauso e i suoi collaboratori venivano considerati come dei pirati e ai sensi della Legge 103 del 1975 arrivarono le prime denunce penali. Per quattro giorni, dal martedì 9 a sabato 12 luglio 1975, furono costretti alla forzata interruzione delle trasmissioni[4]. Nonostante l’offensiva ministeriale, il blocco all’occupazione delle frequenze viene presto superato perché, alla fine del settembre 1975, il giudice competente proscioglie i responsabili della radio con una motivazione ben precisa: alle emittenti locali via etere, non si devono applicare le disposizioni sul monopolio delle radiodiffusioni. Una sentenza storica che fece scalpore a livello nazionale e da apripista per tutte le emittenti[5]. In seguito, però, la sentenza assolutoria venne impugnata dalla Procura della Repubblica e “Radiolina” fu nuovamente in attesa di giudizio[6].  Nonostante le vicissitudini burocratiche, l’emittente non si ferma e a pochi mesi dall’esordio si amplia sia nella diffusione che nel palinsesto arrivando a coprire le 24 ore e buona parte del comprensorio. La vera libertà d’antenna, arriverà solo il 28 luglio 1976 con la celebre sentenza numero 202 della Corte Costituzionale che affermò il principio della non invocabilità della limitatezza delle frequenze per quello che riguarda le trasmissioni in ambito locale[7].

Il 6 settembre 1975, a pochi mesi dall’inizio dell’avventura radiofonica, Grauso decide di andare alla conquista anche del mondo televisivo iniziando le trasmissioni di Videolina. Con l’esordio della prima televisione via etere della Sardegna[8]  e di poche altre emittenti della penisola, si da inizio alla storia dell’emittenza privata in Italia. «Nata quando era difficile nascere». Così recitava uno degli slogan di Videolina per sottolineare come l’emittente televisiva cagliaritana avesse contribuito ad aprire una breccia nel monopolio della comunicazione allora ad esclusivo appannaggio della Rai. Agli esordi trasmette dal canale Uhf 38, seppure solo per poche ore al giorno. Il primo palinsesto di Videolina propone programmi in bianco e nero, i cartoni animati di Bruno Bozzetto e del neorealismo rosa. Non mancano notiziari, sport locale  e  la carta vincente del folklore isolano che creerà con gli spettatori un rapporto quasi viscerale ancora oggi vivo e alimentato da lunghe dirette di eventi. Qualche mese più avanti, e soltanto in modo parziale, le trasmissioni passeranno al sistema colore PAL114, precedendo nell’occasione la Rai, che inizierà a trasmettere regolarmente a colori solo dall’1 febbraio 1977 per 3 ore al giorno su ognuna delle due reti all’ora in onda[9].

Nel 1979 Grauso rilevò altre due emittenti nel frattempo nate a Cagliari, La Voce Sarda e Bibisì, iniziando una fase di espansione completata dal posizionamento di  trasmettitori e ripetitori sulle vette di tutta l’isola creando “ponti elettronici” che saranno utilizzati anche dalle reti di Berlusconi[2].  lo spirito pionieristico di Videolina dei primi tempi non esisteva più. Al suo posto era sorta un’azienda vera e propria, il cui segnale raggiungeva l’80% della popolazione sarda[8].

Nel 1982 Nicola Grauso fu tra i pochi editori a restare vicino a Maurizio Costanzo (cosa che Costanzo non ha mai dimenticato)[10], estromesso dal piccolo schermo a causa dello scandalo P2 in cui si ritrovò coinvolto[11]. Il re dei talk show condusse su Videolina, per 14 settimane, la trasmissione domenicale “Dopo cena”, esperienza che precedette la nascita del Maurizio Costanzo Show su Rete4[12].

Un’altra scelta editoriale importante che fece di Videolina un punto di riferimento per i sardi fu quella di puntare sull’informazione, arrivando nel 1988 a mandare in onda, in maniera continuativa (sul modello della Cnn), un telegiornale identico ogni mezz’ora, con possibilità di eventuali aggiornamenti e sviluppi delle notizie. I telespettatori abbandonarono così l’abitudine dell’ascolto del telegiornale in determinate ore prefissate[13].

Il successo e l'acquisto de L'Unione Sarda

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Il 17 maggio 1985, grazie al successo dell’ormai decennale esperienza editoriale di Videolina e Radiolina, Nicola Grauso acquista il principale quotidiano dell’isola “L’Unione Sarda[14]..  All’epoca dell’acquisizione il giornale risulta essere, insieme all’Osservatore Romano, l’ultimo quotidiano ad utilizzare ancora piombo e linotype[2]. Con un ulteriore investimento di 20 miliardi di lire, Grauso in poco tempo rivoluziona il quotidiano che viene profondamente modernizzato[15]. Nel 1986 arrivano i primi computer in redazione e si avvia il procedimento di elettrificazione e  telematizzazione della stampa, sostituendo quella a piombo. Nella redazione dell’Unione Sarda si assiste ad una vera e propria rivoluzione, un cambiamento “culturale” di valenza epocale. Tutti iniziano a seguire i corsi di riqualificazione e si preparano al nuovo modo di operare[16].

A questa fase evolutiva contribuisce anche l’inaugurazione, nel 1987, di un moderno centro stampa. Il nuovo impianto permette la stampa del quotidiano sino a quaranta pagine, anche a colori e con inserti speciali, linee di confezione-spedizione d’avanguardia e stampe di quotidiani nazionali come  Il Corriere della Sera, il Corriere dello sport, La Gazzetta dello sport, Il Sole 24 Ore, tutti trasmessi per via telematica dal continente.  L’impianto, situato in prossimità dell’aeroporto di Elmas, con  il suo  profilo architettonico moderno , all’epoca risultava il più grande e tecnologico centro stampa del Mediterraneo.

La nuova gestione contribuisce a far crescere i bilanci con gli introiti pubblicitari e a fidelizzare lettori con iniziative collaterali (come giochi a premi, contest, vincita di gadget e allegati rilegabili)[5].

L’apice della spinta innovatrice di Grauso alla guida del quotidiano isolano si ha nel luglio 1994. L’Unione Sarda diventa il primo  quotidiano in Europa consultabile on-line[17], secondo nel mondo dopo The Boston Globe[18].

L’esperienza editoriale di Grauso varcherà i confini della Sardegna  nel 1989 con l’acquisto di azioni della “Rinascita editrice Spa” (proprietaria rivista Rinascita allora diretta da Alberto Asor Rosa),  e della Set, società editoriale titolare de Il Manifesto[19].

Esperienza in Polonia

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Essendo convinto di non aver possibilità di movimento in Sardegna, a causa della battaglia politica contro di lui [20], nella primavera del 1991[21] Grauso varca anche i confini dell’Italia diventando coproprietario, attraverso la STEI  (Società Televisiva Italiana), del Zycie Warsawy principale quotidiano di Varsavia e il secondo di tutta la nazione. Nell’affare rientrano anche le due edizioni regionali ‘Zycie Czestochowy’ e ‘Zycie Radomskie’[22][23]. L’offerta di Grauso, economicamente inferiore rispetto a quella di giganti della comunicazione come i  britannici  della Maxwell communications corporation o dei francesi del gruppo Hachette, ha avuto la meglio grazie al pieno appoggio del presidente Lech Walesa, del sindacato Solidarnosh e dei giornalisti che sin dall’inizio tifavano per il progetto sardo, soprattutto per il piano di ammodernamento previsto nell’offerta che ricalcava l’esperienza dell’acquisto de L’Unione Sarda con pesanti investimenti nell’informatizzazione e nel centro stampa[24][25].

Grauso mantenne le promesse mettendo tutti i fondi necessari per un totale rinnovamento. Per prima cosa affittò un teatro che apparteneva ai servizi segreti della Difesa in pieno centro, questo fu trasformato in una originale redazione “open space”. Nella platea le postazioni di giornalisti e poligrafici, in galleria gli uffici. A seguire costruì,  a tempo di record, un moderno centro stampa alla periferia della capitale e attrezzò la redazione con computer di ultima generazione grazie ai quali i giornalisti potevano già fare tutto il lavoro da soli. Anche la grafica venne modificata, coinvolgendo Piergiorgio Maoloni, amico personale di Grauso, e resa più accattivante dando ampio spazio alla fotografia di qualità, ai disegni e alle vignette. Iniziò inoltre la produzione di inserti e supplementi quotidiani dedicati alle donne, al lavoro, alla cultura, all’economia, ai giovani e allo sport[26].

Le ambizioni di Grauso però non si fermano qui, la sua idea è quella di creare la prima vera TV privata nazionale polacca. Il primo passo, ad Agosto del 1991 è stato l’acquisto della rete televisiva Eko a seguire ha iniziato l’installazione di antenne in punti nevralgici del paese:  Varsavia, Cracovia, Danzica, Stettino, Lodz e Lublino[27]. A inizio Ottobre i ripetitori saranno 11[20] e alla fine del 1992 saranno 6 le televisioni locali controllate da Grauso[28]. L’11 Marzo del 1993 l’annuncio ufficiale della nascita di Polonia 1, sotto forma di syndication tra 12 emittenti locali che raggiungono 20 milioni di polacchi. La nuova società si propone di fornire alle testate locali un palinsesto comune di programmi nazionali e internazionali grazie ad accordi siglati da Grauso, per i programmi e la pubblicità, con la Sacis (RAI) e con la Finivest[29]. Le trasmissioni di Polonia 1 iniziarono domenica 18 Aprile con l’opera liricaDon Giovanni” di Mozart e  un palinsesto di 6 ore con inediti consigli per gli acquisti di stampo occidentale[30].

La nascita di Polonia 1 è avvenuta in assenza di una legge nazionale sull’emittenza[31] che arriverà solo a fine 1993 assegnando un'unica frequenza per una tv privata nazionale. La syndication di Grauso dovrà così competere con altre 27 società tra cui CNN, Reuters, Canal Plus e il gruppo tedesco Bertelsmann[32]. Nonostante gli importanti gruppi interessati, la frequenza fu assegnata a una società interamente polacca. Inutili tutti i tentativi di resistenza da parte di Grauso che nel marzo 1994, quando ormai i giochi erano fatti, promosse un grande evento televisivo in diretta su tutte le televisioni della syndication: affittò il Teatro Wielki, il maggiore della capitale, fece arrivare l’Orchestra Filarmonica della Scala con il maestro Riccardo Muti. Il concerto fu un evento indimenticabile, tra gli ospiti eccellenti l’ex presidente Francesco Cossiga, tra gli assenti spiccava il nome di Lech Walesa. Una grande festa nei saloni dell’hotel Bristol fu l’apoteosi dell’evento, ma anche il simbolico epilogo dell’avventura polacca[26].

Di fronte all’impotenza di poter contrastare i nuovi equilibri politici, e nonostante il passaggio delle trasmissioni di Polonia 1 sul satellite, Grauso si disfò dell’emittente nel Febbraio 1996 vendendola a Finmedia S.A. Luxemburg dell’imprenditore italiano Mariano Volani[33]. Poco dopo fu la volta del Zycie Warszawy  e dell’innovativo centro stampa che, nel maggio del 1996 furono ceduti all’imprenditore Zbigniew Jakubas[26].


Sempre negli anni novanta lancerà la scommessa di Internet, dando vita al primissimo internet provider globale d'Italia, Video On Line, con punti d'accesso in ogni angolo della provincia italiana; l'avventura finirà nel 1996, quando Grauso, a causa delle considerevoli perdite d'esercizio, sarà costretto a vendere l'impresa a Telecom Italia, che ne utilizzerà le strutture e il know-how per creare l'odierna Tin.it.

Nel 1997, dopo un tentativo fallito di rilanciare, assieme ad altri imprenditori sardi, l'importante cartiera avente sede ad Arbatax, in Ogliastra, Grauso entrerà in contrapposizione con la giunta regionale di centrosinistra della Sardegna e scenderà in politica dando vita al Nuovo Movimento, che si riproporrà di promuovere un cambio della classe dirigente isolana.

Il caso Silvia Melis

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Ma la notizia più clamorosa di quell'anno che riguarda Grauso è la sua rivelazione di aver pagato, nelle campagne di Esterzili, il riscatto per la liberazione di Silvia Melis, sequestrata a Tortolì, in Ogliastra, nel febbraio 1997 e liberata nei pressi di Orgosolo, in provincia di Nuoro, nel successivo novembre; la magistratura cagliaritana smentirà con forza che sia mai stato pagato un riscatto, asserendo che Silvia Melis si sarebbe liberata da sola, e tuttavia Grauso terrà duro sulle sue posizioni, finendo indagato per favoreggiamento.

Si candidò nel 1998 a sindaco di Cagliari con la sua lista "Nuovo Movimento", contro l'uscente Mariano Delogu del Polo[34], ottenendo circa il 10 per cento dei voti. Nicola Grauso entrerà in prorompente polemica con la magistratura di Palermo e di Cagliari dopo l'agosto 1998, quando il giudice Luigi Lombardini, imputato con lui di tentata estorsione ai danni del padre di Silvia Melis, si suiciderà tragicamente nel proprio ufficio; ne seguiranno accese polemiche e, in particolare, un'iniziativa della Procura della Repubblica di Cagliari intesa a propiziare il commissariamento de L'Unione Sarda per debiti.

A seguito di questa iniziativa, Grauso dovrà cedere tutte le sue attività editoriali all'imprenditore Sergio Zuncheddu, tuttavia riuscirà ad entrare col suo partito nel Consiglio regionale della Sardegna e a concorrere a determinare le condizioni per mandare all'opposizione i suoi avversari politici. Grauso e i co-imputati furono in seguito assolti dalle accuse con la motivazione che il fatto non sussisteva.

L'esperienza di E Polis

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Dopo altre iniziative discusse, quali la compravendita in massa di domini internet, numerosi dei quali coi nomi di politici, giornalisti e magistrati, Nicola Grauso, dall'ottobre 2004, è tornato prepotentemente in campo nel settore dell'editoria, creando una rete di quotidiani regionali e locali, sotto la sigla nazionale E Polis, promossi attraverso un'aggressiva politica di distribuzione gratuita; diversamente da precedenti posizioni assunte da Grauso, la linea di questi quotidiani è orientata a sinistra, e del resto è nota la vicinanza di Grauso all'ex presidente della Regione Sardegna, Renato Soru, che, utilizzando la tecnologia e il know how messogli a disposizione da Grauso, creò l'internet provider Czech On Line nella Repubblica Ceca. Nell'aprile 2007 ha fondato la concessionaria di pubblicità Epm.

Nel luglio dello stesso anno una grave crisi finanziaria determina la sospensione delle pubblicazioni di tutti i 15 giornali della catena editoriale e a partire dal 1º agosto il trattamento di Cassa integrazione per tutti i dipendenti del gruppo. Il 10 settembre 2007 i quotidiani E Polis riprendono le pubblicazioni per poi cessare definitivamente a gennaio 2011 con una istanza di fallimento avanzata proprio dalla famiglia Grauso, proprietaria dell'immobile di Cagliari nel quale era ubicata la redazione.

Il crac della cartiera di Arbatax

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Il 23 settembre 2011, dopo esser stato assolto in primo grado, viene condannato in Appello a Cagliari assieme ad Antonangelo Liori, Michele Dore, Andreano Madeddu, Claudio Marcello Massa e Alfredo Boletti per le contestazioni che andavano a vario titolo da bancarotta fraudolenta ad altri reati legati al fallimento[35]. Verrà poi definitivamente prosciolto in Cassazione.

  1. ^ Niki Grauso, in Corriere della Sera - inserto Il Mondiale, 15 maggio 1990.
  2. ^ a b c Silvano Guidi, Un italiano alla conquista dell'Est, in Famiglia Cristiana, 17 febbraio 1993.
  3. ^ Umberto Brunetti, L'imprenditore amoroso, in Prima Comunicazione n° 281, gennaio 1999.
  4. ^ Ora Radiolina è anche in tv, su carlofigari.it.
  5. ^ a b AA.VV., Dalla prima radio libera al web, a cura di Alessandro Zorco, Corecom Sardegna.
  6. ^ Radiolina di nuovo in attesa di giudizio, in Tuttoquotidiano, 29 agosto 1975.
  7. ^ SENTENZA 15 LUGLIO 1976, su cortecostituzionale.it.
  8. ^ a b Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta, su storiaefuturo.eu.
  9. ^ La Rai a colori, su rai.it.
  10. ^ Maurizio Costanzo, su gazzetta.it.
  11. ^ Addio a Maurizio Costanzo, il Re dei Talk Show, su ilgiornale.it.
  12. ^ 40 anni fa la prima puntata del Maurizio Costanzo Show, su tgcom24.mediaset.it.
  13. ^ Videolina la TV dei sardi, su carlofigari.it.
  14. ^ Paolo Carloni, La forza fa L'Unione, in Prima, 1º Gennaio 1987.
  15. ^ Niki Grauso acquista il quotidiano L’Unione Sarda, su cityandcity.it.
  16. ^ L'Unione Sarda ieri, oggi e domani, su carlofigari.it.
  17. ^ (EN) Martin Clark, Modern Italy, 1871 to the Present, Routledge, 2014, p. 483.
  18. ^ Dal primo login a oggi. I primi 30 anni della Rete in Italia, su corriere.it.
  19. ^ Simonetta Fiori, Nicky il Rosso sbarca sul continente, in La Repubblica, 25 Novembre 1989.
  20. ^ a b Giovanni Cerruti, Grauso: Così ho battuto Maxwell, in La Stampa, 6 ottobre 1991.
  21. ^ Catching up with information, in Financial Times Survey, 3 Maggio 1991.
  22. ^ Grauso sbarca nell'editoria polacca e lancia la sfida al feudo di Hersant, in Il Sole 24 Ore, 4 agosto 1991.
  23. ^ Fabio Barbieri, Nicola Grauso. Lo sbarco a Varsavia, in Il Venerdì, 4 ottobre 1991.
  24. ^ Giuditta Marvelli, Grauso “soffia” a Maxwell tre giornali polacchi, in Il Corriere della Sera, 4 Agosto 1991.
  25. ^ E’ scalata italiana ai giornali polacchi, in La Stampa, 4 agosto 1991.
  26. ^ a b c Il pioniere Niki Grauso - Dall’avventura in Polonia alla scoperta di internet, su carlofigari.it.
  27. ^ A Est spuntano antenne, in L'Espresso, 18 agosto 1991.
  28. ^ Massimo Mucchetti, Berlusconi di Polonia, in L'Espresso, 27 dicembre 1992.
  29. ^ Polonia 1, tv di Grauso, in Il Manifesto, 12 marzo 1993.
  30. ^ Gabriele Villa, Polonia 1, là ci darem la mano, in Il Giornale, 18 Aprile 1993.
  31. ^ Marilena Bussoletti, Niki il polacco, in Panorama, 11 Luglio 1993.
  32. ^ Polonia, Walesa si allea con i tedeschi, in L'Unione Sarda, 12 dicembre 1993.
  33. ^ Italian media mogul sells TV network, su upi.com.
  34. ^ Pinna Alberto, Grauso si candida a sindaco di Cagliari, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 19 settembre 2015 (archiviato dall'url originale il 25 ottobre 2015).
  35. ^ https://www.lanuovasardegna.it/regione/2011/05/24/news/l-accusa-condanna-anche-per-grauso-1.3446611

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